L'engagement rate non misura quante persone vi trovano interessanti. Misura quante, tra chi vi ha visto, hanno fatto qualcosa in più che scorrere oltre — una soglia più bassa di quanto sembri.
“Un post che genera cento reaction passive e un post che genera dieci commenti di decisori del vostro settore hanno lo stesso engagement rate e un valore completamente diverso.”
Osservatorio GTM OttoL'engagement rate aggrega tipicamente tipi di interazione molto diversi (reaction, commenti, condivisioni, click) in un unico numero, trattandoli come equivalenti. In un contesto B2B, un commento da parte di un decisore rilevante del settore vale strategicamente molto più di decine di reaction passive da un pubblico generico, ma il calcolo standard dell'engagement rate non fa questa distinzione.
Un'analisi qualitativa di chi genera l'engagement (ruolo, azienda, settore) e non solo del volume aggregato permette di distinguere contenuto che genera visibilità superficiale da contenuto che genera conversazioni con il pubblico effettivamente rilevante per il business.
Errore comune: ottimizzare i contenuti per massimizzare l'engagement rate aggregato, premiando temi divisivi o polarizzanti che generano molte interazioni ma da un pubblico non rilevante per il posizionamento del brand.
Secondo errore: confrontare l'engagement rate tra piattaforme diverse (LinkedIn, X, Instagram) come se misurassero la stessa cosa, quando le definizioni di interazione e gli algoritmi di distribuzione sono strutturalmente diversi.
Un'azienda pubblica un post polarizzante su un tema di attualità che genera un engagement rate del 8.2%, il più alto mai registrato sulla pagina. Analizzando i profili di chi ha interagito, solo il 4% appartiene al pubblico target (ruoli C-level in aziende B2B): il post successivo, più tecnico e meno virale, genera un engagement rate del 2.1% ma con il 61% delle interazioni provenienti dal pubblico target, generando 3 richieste di contatto dirette contro zero del post virale.